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Le periferie del sentire 

di Giulia Griseri

Alice soffre di paralisi del sonno, di ossessioni compulsive e disordini alimentari. Donna dall’umore altalenante e dal passato complesso, è abituata a guardare il mondo tenendo la guardia alta. Persa nel proprio centro, attraverso il percorso di crescita, Alice dovrà imparare ad affrontare gli accadimenti della propria vita e a gestire, non senza fatica, i propri sentimenti. Inizia per lei un viaggio lungo, quello che dalle periferie del suo sentire conduce al cuore ogni emozione.

ISBN: 9788832101317

Pagine: 250

Prezzo: 15€

Giulia Griseri 

Giulia Griseri nasce a Torino nel 1976. Coltiva l’amore per la poesia da quand’era bambina, a sette anni scrive il suo primo componimento. Consegue la maturità scientifica e una qualifica biennale post-diploma in amministrazione aziendale. Scrive da sempre, rinnega molti suoi scritti di giovinezza, alcuni dispersi e altri elaborati a quattro mani con un poeta che, per motivi di salute, non scrive più. Le periferie del sentire è il suo primo romanzo. Conosciuta sui social con il nickname @respiropoetico, conta ad oggi 240 mila followers.

Intervista all'autrice

Ciao Giulia, parliamo un po’ de Le periferie del sentire. È questa la storia di una donna particolare, che quasi sembra conservi tutti i disturbi del mondo. Come ti è venuto in mente, questo soggetto? 

Alice è una donna complessa e problematica che compie un percorso doloroso per trovare un equilibrio e la conseguente serenità. 

Per creare il personaggio ho osservato gli occhi di molte persone che ho incontrato durante la mia vita. Sono occhi limpidi, ma il loro fondo mostra un dolore invisibile allo sguardo disattento di coloro che non viaggiano e non si spingono oltre il sentire, allargando i loro orizzonti verso periferie desolate. 

Alice è tutte le persone che ho conosciuto, perché ognuno di noi ha la propria periferia. 

Alice sono io, Alice è mia madre, mio padre, Alice rappresenta tutte le persone che hanno varcato il confine del dolore, sperimentando l'angoscia, una "morte" silenziosa che s'imprime al fondo degli occhi. 

 

Alice ha quasi una doppia identità. Secondo te quando si sente il bisogno di indossare una nuova pelle? 

La nostra pelle si rinnova ogni giorno, non credo alla favola del cambiamento. Non si cambia. Si resta se stessi, fedeli e ancorati al proprio io. Possiamo spostare gli occhi e cambiare prospettiva, allargare il nostro campo visivo, comprendere attraverso l'empatia e di conseguenza cambiare il nostro modo di agire, i nostri comportamenti. In questo senso la nostra pelle, intesa in senso metaforico, si rinnova. Ogni essere umano ha questa necessità, si chiama crescita. E non si smette mai di crescere, finché si è vivi. Noi, gli "invisibili", ne avvertiamo l'urgenza, per trovare un nuovo punto di vista, per stare meglio, per curare i bambini che urlano un dolore immenso nelle nostre teste. 

 

Hai autori di riferimento?

Leggo tanto. Sono una lettrice atipica, perché prediligo la poesia alla prosa, ma sono molti i miei autori di riferimento. Sia nella letteratura che nel cinema. Per me il cinema ha un ruolo fondamentale quanto i libri. 

Potrei citare decine e decine di autori. Entro i vent'anni terminai di leggere tutte le opere di Dostoevskij e mi cimentai nell'ardita lettura del Marquis De Sade.

Mi preme citare una poesia che mi colpì con un pugno nello stomaco: Spleen di Baudelaire. Ogni volta che scrivo, cerco la mia Spleen.

Per quanto riguarda gli autori di cinema, cito i due David, Cronenberg e Lynch.

 

So che vieni dal mondo della poesia. Com’è stato cimentarsi per la prima volta con un romanzo? 

L'approccio tra prosa e poesia è completamente diverso. Scrivere un romanzo è stato faticoso. La mia mente corre, come le mie emozioni, che sono amplificate ed estremizzate. Riorganizzare il tutto è stato difficile, ma alla fine ho provato soddisfazione, infatti sto scrivendo un secondo romanzo. Non abbandonerò la poesia però: ci ho preso gusto!

 

Quanto credi sia importante il perdono per accettare di poter essere noi stessi il motore del cambiamento? 

Non credo nel perdono inteso come "porgi l'altra guancia".

Ho compreso a mie spese che si perdona per se stessi, non per compiacere gli altri.

Si perdona per liberarsi dal peso del rancore e la chiave del perdono è la compassione intesa in senso etimologico: cum-patire.